Ottobre — Novembre 09
“Il terapeuta che cerca di evitare sviste ed errori può essere la rovina dei clienti. La base dell’autocorrezione cibernetica scaturisce proprio dall’originare l’errore o la differenza, ciò che rende possibile la modificazione del comportamento futuro.
Il terapeuta può vedere ogni azione, comprese quelle chiamate ‘interventi’, come parte di uno sviluppo creativo. In questo senso non vi sono errori in sé, ma soltanto azioni che sono connesse a una sequenza strutturata di azione. Questa prospettiva porta a pensare che cercando l’intervento ‘giusto’ o il comportamento ‘corretto’ si perde una visione più ampia. Il terapeuta deve concentrare gli sforzi sulla scoperta della struttura più vasta che abbracci sempre ogni particolare tratto di comportamento”
(B.P. Keneey: L’estetica del cambiamento) (C. Trungpa: Il mito della libertà e la via della meditazione)
Ogni qualvolta non c’è resistenza, si viene a creare un senso di ritmo. Musica e danza hanno luogo nelle stesso tempo. Questo è il ruggito del leone. Qualsiasi cosa accada nella mente samsarica viene considerato il sentiero; tutto è sfruttabile. È un’affermazione coraggiosa — il ruggito del leone. Fintanto che creiamo delle ‘toppe’ per coprire ciò che consideriamo una situazione non sfruttabile — toppe metafisiche, filosofiche, religiose — la nostra azione non sarà il ruggito del leone. Sarà l’urlo del codardo — molto patetico.
(C. Trungpa: Il mito della libertà e la via della meditazione)
Due correnti di pensiero, due aree culturali così distanti ( forse …), due argomenti apparentemente diversi eppure … ambedue pronti a considerare quello che altri chiamerebbero “errore”, un’occasione di crescita, di scoperta, di avanzamento oltre le frontiere.
In una società, in una scuola. dove la dittatura dei modelli, della “risposta esatta !!”, della pedissequa imitazione, la fa ancora largamente da padrone, mi piace, ogni volta, scoprire e leggere chi, invece, vola alto, vola altrove, vola “oltre”.
Come, nel nostro piccolo, facciamo noi nel nostro praticare Arti Marziali.
Così commenta, sulla NL di Settembre del “Centro Studi Terapia Gestalt” di Milano, Fabio Rizzo:
“nell'atteggiamento di maggiore apertura l'ego tende a ritrarsi mentre nell'altro ad imporsi. Di conseguenza, il coraggio menzionato da Chogyam
Trungpa è parente stretto dell'umiltà, così come la codardia lo è della presunzione.”
Il coraggio (l’umiltà) del camminare da soli, del chiedere a sé stessi e quando chiediamo ad altri non è il consiglio giusto, la risposta esatta, ma il farci da “levatrice” per il parto che è già in noi, il farci da accompagnatore, da sciamano, dentro il nostro sapere profondo.
Di contro alla presunzione (la codardia) di avere il modello, lo stile codificato da cui apprendere, il Maestro ( tanto lui è “Maestro” dunque sa già tutto) che sarà lui a darci la “risposta esatta !!”.
Quando, in Dojo come nelle mie altre attività, mi imbatto in questi ultimi, che siano “sempiterni” ossequiosi dell’autorità e del modello o che lo siano in attesa di affrancarsene ( aspettando quel Godot ….. ?!?!? che, come nella nota commedia, non arriverà mai ), mi scopro a cercare di capire come utilizzare queste loro resistenze come energie, come occasioni perchè il loro sapere profondo venga finalmente alla luce e, con esso, possano scoprire finalmente di sè e del loro stare al mondo.
Che, tornando nel campo del praticare Arti Marziali, esse, per me, si occupano di gestione dei conflitti e del disagio, di riorganizzazione della vita emozionale e relazionale.
Esattamente quel che accade in un’aggressione, in una lotta per non morire. Esattamente quel che è necessario, in un’aggressione, in una lotta in cui sia in gioco la nostra vita, per poterne uscire indenni, o il più lievemente feriti.
La nostra stessa impostazione del corso Kenpo: quattro sere alla settimana di due ore ciascuna, con la libertà, di volta in volta, per il praticante di venire quando vuole, impone una formazione avulsa da schemi, modelli e limitazioni.
Io non so chi e quanti avrò a “lezione” ( ma io preferisco chiamarli “incontro”) questa sera. Dunque la mia didattica necessariamente si adatterà a chi ho con me in pedana. Sarà, poi, mio compito ascoltare con quali emozioni, con quali aspirazioni e resistenze ogni praticante è lì, ora.
Il mio progetto formativo scaturirà dalle energie, dai saperi di chi ho davanti ed utilizzerà il bagaglio culturale pratico (jutsu) del Kenpo per portare alla luce energie e saperi dell’individuo. Non a caso da anni scrivo che è il praticante il soggetto, l’attore, non la disciplina.
Tutto questo tenendo in conto che ogni singolo praticante è / vive quell’incontro nel gruppo di praticanti: ossia è insieme singolo attore di sé stesso quanto attore di / in una collettività. Questo innesta esplorazioni personali quanto interpersonali e transpersonali.
Come potrei mai, in un simile contesto imprevedibile, usare un modello / schema dato ?
Beh, mi chiedo anche come sia possibile adottare un modello rigido, di “stile”, anche in contesti in cui già il docente sappia chi avrà in pedana: Un conto è Tizio a cui l’amata ha detto “sì, ti voglio”, un conto è se Tizio ha scoperto l’amata tra le braccia di un altro !! Un conto è relazionarsi con Sempronio che ha appena ottenuto una promozione, un conto è relazionarsi con Sempronio appena licenziato.
Ma, mi sa, che i docenti in questione, di ciò se ne strafottono: loro insegnano quel gesto, quell’esecuzione del movimento a Tizio o Sempronio che, per loro, è “carta bianca”, un oggetto “neutro” (!?) su cui imprimere i loro (quelli dello stile, del modello) segni e null’altro.
Insomma, per me, per noi allo Z.N.K.R. il corpo, ovvero il nostro fare esperienza del corpo, non è trattato ( io ritengo sia impossibile farlo) come un codice digitale e semplice. Come scrive V. Bellia: “Il corpo come linguaggio mi fa pensare piuttosto all’ambivalenza e alla multivocità del simbolico”.
Il nostro fare Arti Marziali esprime la forza del corpo di agire dal di dentro, come un nucleo autonomo di potere e determinazione.
Ecco, il potere del guerriero.
Ecco la nostra pratica marziale, sia essa Kenpo, Kenshindo, Wing Chun o Tai Chi Chuan, incoraggiare, insieme, la consapevolezza soggettiva (emotiva, simbolica, relazionale) sia dei comportamenti motori consueti che delle nuove opportunità esplorate, che si fanno esperienza: perché uno corpo non “abitato” e una pratica motoria non interiorizzata non vanno oltre la portata meccanica di una qualunque ginnastica, di un inutile carapace.