Febbario — Marzo 10
Spunti, riflessioni, immagini, mi percorrono mentre osservo i praticanti in pedana.
Mi sovviene dell'importanza, nel lavoro con gli adolescenti, di far riconoscer loro che hanno peso (piano orizzontale). La fragilità e l'insolenza / sfrontatezza che accompagnano il mondo adolescente sono anche frutto di una mancanza di senso del peso. Se questo ha una ragione, proprio perchè in quanto adolescenti il loro peso / le loro radici sono in via di formazione / trasformazione, per altro l'invitarli a scoprire che, comunque, hanno / sono peso (pur se in formazione) li lascia approdare verso:
- una maggiore fiducia in sè stessi, in quanto, poichè dotati di peso, facilmente riconoscibili / accettati;
- una maggiore responsabilità in quanto portatori di gesti / energie “pesanti” che occupano spazio investendo / smuovendo altro ed altri attorno a loro.
Il lavoro sul peso / piano orizzontale è oltremodo fondante ogni approccio all'anoressia. Chi ne sia affetto, privilegia, cinestesicamente, il piano sagittale (avanti-indietro) (V. Bella 2001). La strada per una cura efficace utilizzando discipline psicomotorie, passa attraverso il piano orizzontale, ovvero la relazione con la forza di gravità, il peso, l'appoggio (la parte yin, femminile).
In ambedue questi mondi, uno, per dirla in banalità, di malessere di transizione, l'altro di patologia grave, vi è una visione del corpo, della corporeità monca, alienata, a tratti delirante:
il corpo come estraneo, da segnare, pitturare, martirizzare, gonfiare o sgonfiare: adolescenti
la paura di vedere il proprio corpo, di guardarsi gli arti, di ri – conoscersi corpo: anoressiche
Mentre proseguo i giochi di coppia, in pedana, in cui invito i praticanti a prendere forza dal terreno, ad accettare la forza di gravità trasformandola in energia propulsiva, a sentire il proprio peso, mi trovo ad osservare i loro più svariati modi per evitare il problema “peso”, “radici”. Per estensione, mi chiedo, a non contattare il loro “quale peso nelle mie relazioni?” e “quali radici sostanziano le mie scelte di vita?”. A non fidarsi di sè, nei momenti conflittuali del loro vivere, appellandosi invece al proiettare, allo scontrarsi disordinato quanto, all'opposto, alla fuga, a tutti quei giochi perversi che l'Analisi Transazionale, anche nelle sue forme più divulgative, ha ormai smascherato.
Forza concentrata nelle spalle, corpi irrigiditi da contrazioni spasmodiche, accelerazioni improvvise in un lavoro che richiede invece lentezza, scatti repentini, testa volta all'indietro quando la mano altrui è sulla faccia, visi paonazzi dallo sforzo, bacino in iperlordosi...
Resistenze, fughe alle domande che fondano il nostro percorso marziale (1), che ci stanno, che mi aiutano in un progetto androgico che fa del conflitto (anche di questi conflitti) una leva per aprire e aprirsi, in cui non c'è posto per il “jurare in verba magistri”, per il Maestro che sa e tutti gli altri, ignoranti, ad assorbire. Tipica relazione, questa, di dipendenza e simbiosi, ovvero fortemente patologica.
Laddove, invece, il nostro metodo è maieutico e come tale fa delle “resistenze” dei praticanti (sia quelle interne a sè, ovvero le parti non riconosciute di sè, L'Ombra Estrema; sia quelle esterne, rivolte alle proposte del conduttore del gruppo, alla pratica in atto) una risorsa: imparare è un percorso nel quale il conflitto tra nuove proposte di conoscenza (quelle che sperimento nella pratica) e vecchie certezze viene affrontato grazie ad una ristrutturazione profonda dei meccanismi di relazione.
Il conflitto non è di per sè il “male” della relazione, quanto un elemento costitutivo: le relazioni (quelle “dentro”, quelle tra le varie parti che compongono ognuno di noi, come quelle “fuori”, con l'altro da noi) che non permettono il configgere sono relazioni irrigidite, asfittiche. Per ciò stesso destinate o a morire, incoraggiando atteggiamenti autistici, o a sfociare in scontri insanabili. Confliggere è un importante momento di confronto ed apprendimento, è dar vita a quella sintesi che è frutto del confronto fra tesi ed antitesi, è riconoscere che corpo / psiche, il sè fisico emotivo, si formano e trasformano attraverso la tensione di molte coppie di opposti, come ci indicano pensiero e pratiche taoiste.
Resistenze e fughe che mi ripropongono con la forza la necessità di un lavoro di consapevolezza fisico emotiva, che mi spingono, provocatoriamente e paradossalmente, a chiedere “Ma che giochi a fare a questo gioco se non lo usi?”
E ricordo, solo un paio di sere prima, quell'allievo che, nel bel mezzo di un'esperienza di teoria e pratica Kenshindo densa di emozioni oltrechè di sapere antico, ci butta una battuta, pure scontata e nemmeno divertente.
Ma stare nelle emozioni, pure sgradevoli, riconoscerle come tali, è passggio ineluttabile per uscirne. Solo elaborando il lutto posso tornare a gioire della vita. Infatti, nel momento dello scontro fisico a corta distanza, egli pratica col culo in aria, ovvero col bacino in iperlordosi, ovvero togliendo “peso” da sotto.
O chi, pur di non varcare la soglia del dolore, del proprio dolore, tempo addietro sbottò “Ma tutti hanno qualche piccola ferita” ed infatti spesso assumte tratti e comportamenti adolescenziali pur avendo lasciato da un pezzo l'età anagrafica dell'adolescenza e dal confliggere, prima di tutto con sè, si tiene alla larga.
Dunque, che si tratti di gruppi di formazione, di gruppi di sviluppo personale, di gruppi terapeutico riabilitativi, di gruppi riabilitativo funzionale, di nevrotici o di psicotici (2), sempre da lì, a mia esperienza, occorre partire: la consapevolezza del proprio peso, l'accettazione della forza di gravità, il piano orizzontale e con esso il rapporto con la terra (Yin, la madre, l'accoglienza), i movimenti primari (strisciare, raggomitolarsi) che ci riportano alla condizione rettiliana, quel cervello “rettile” a cui demandiamo la nostra sopravvivenza negli scontri reali, “non rituali”, l'esplorazione dei movimenti prossimali del tronco (la cui musculatura non è ora impegnata nel lavoro posturale antigravitario).
Da lì, potremo esplorare altro. Per crescere.
“Erano venuti per divertirsi e pensavano che io danzassi per farli divertire.
Ma le mie danze incutevano spavento”
(V. Nijinsky)
(1)
1.Cosa faccio? Ovvero ho una buona immagine di me corpo? (vedasi di M. Feldenkrais “Judo per cinture nere”. Introduzione) Sono responsabile / consapevole di come mi muovo?
2. Cosa provo? Ovvero quali emozioni sto vivendo? Come mi ci confronto?
3. Cosa sto evitando? Ovvero da chi / cosa sto fuggendo? Cosa di me e del mio vivere non vogtlio affrontare?
4. Cosa voglio da …? (in questo caso da Tiziano). Ovvero cosa sono qui a chiedergli?
(2)
Per volgerla in tono non accademico: Alla domanda “Quanto fa due più due?”
- Lo psicotico risponde, a seconda del tipo, in un range che va da “Cinque e non ci sono kazzi” a “Tokio è la capitale del Giappone”.
- Il nevrotico risponde, a seconda del tipo, in un range che va da “Quattro, forse” a “Perchè me lo chiedi, cosa ho fatto che non va?”
“Da dove proviene il movimento? Prende origine in … uno specifico impulso interiore che ha la qualità della sensazione. Questo impulso spinge all'esterno, nello spazio, per cui quel movimento diventa visibile come azione fisica. Seguire la sensazione interiore, consentendo all'impulso di assumere la forma dell'azione fisica, è immaginazione attiva applicata al movimento, proprio come seguire l'immagine visiva è immaginazione attiva applicata alla fantasia. E' qui che le connessioni psicofisiche più drammatiche si rendono disponibili alla coscienza”.
(M. Starks Whitehouse).