Aprile — Maggio 09

Sovente, nel mio comunicare a lezione o ai seminari, mi espongo con espliciti riferimenti all’atto sessuale, alla copula.
Questo per diversi motivi, tra cui il basculamento del bacino, ovvero lo stesso gesto che da la vita nell’atto sessuale da la morte nel colpire l’avversario, ed anche perchè in ambedue i momenti ci affidiamo agli istinti, al rilascio emozionale, senza logiche intellettuali. ( forse ….)
O, per dirla con un grande artista come Béjart: “L’erotismo è la volontà di negare la morte, l’affermazione della vita, quel voler vivere di cui parla Schopenauer (…) Malgrado le guerre, le epidemie, le distruzioni, malgrado ciò, le razze grazie a lui sussistono, si espandono e si perpetuano. L’erotismo dipende allora dal sacro”.
Ecco, ancora una volta, la visione taoista della pratica marziale, quel tanto di umido che unisce di contro al secco che separa, quel tenere insieme gli opposti, apparentemente opposti, quel “sacro” che avanza e regna nella pratica marziale come metafora e metonimia del vivere, del sacro che c’è nel vivere.
Così, noi artisti marziali che ci occupiamo di conflitti, di scontri, di opposti, scopriamo che, nel nostro praticare come nel comunicare ad altri (allievi o compagni di lotta) il fare di questa pratica, il conflitto, da contenuto della pratica marziale, della formazione, diviene addirittura il paradigma formativo. Ecco il primo spartiacque, tra
- modello di “trasmissione”, ovvero “da chi sa a chi non sa”, privo dunque di formazione;
- modello “attivo”, di “relazione con”, il quale attinge alla consapevolezza di cosa e come Tizio apprende, ovvero apprendimento di significati e di relazione tra significati.
Insegnamento = imparare nozioni, meccaniche prestabilite, gesti dati., che lasciano un segno nella memoria. Come tali non è importante la loro qualità, in quanto conoscerli non implica necessariamente il confronto / ragionamento su di essi.
Educazione = ex ducere, condurre fuori, fuori dal non sapere, verso il sapere. Ma questo sapere si basa “sui comportamenti da apprendere e/o correggere” (D. Arkel in FOR Aprile—Giugno 2008). L’educare presuppone un capo, un illuminato, un Maestro, ed una pletora di pecore, di ignoranti, di carte bianche su cui il docente possa scrivere il suo sapere.
Formazione = unione di sapere e comportamento: Tizio sa qualcosa solo nel momento in cui si comporta in quel dato modo. “Da questa base, è ovvio che lo sforzo del formatore si indirizzi maggiormente sul miglioramento delle condizioni di partenza”. (ibid). Dunque il facilitatore, il Sensei, accompagna il praticante verso il ri—conoscere sé stesso e ri—conoscersi tra gli altri. Dunque libererà emozioni, toccherà il campo fisicoemotivo; attingerà a quelle risorse interne, profonde (Neijia Kung Fu) già presenti, pur se latenti, nel praticante.
Mi preme notare qui che, mentre il panorama marziale generale propone solo insegnamento e/o educazione, lavora solo sul sapere e, a volte, sul saper fare, noi, allo Z.N.K.R., nel cuore della “Formazione Guerriera”, da un decennio siamo nella formazione, mettiamo le mani nel trinomio sapere / saper essere / saper fare. Di più, ora siamo al trinomio emozioni / concetti / significati. Luogo “hon”, fondamentale, per la formazione dell’individuo, dunque per la costruzione di significati e di relazione tra significati.
Lasciamo agli altri l’imparare uno stile, il ripetere dei gesti, impartire e subire ordini !!
Noi usiamo l’Arte, le diverse Arti, come strumento, come bagaglio di giochi di lotta, di koan fisicoemotivi, di simulazioni, per la formazione del guerriero, del combattente; di chi, attraverso il sé corpo generatore, captatore e rigeneratore di energia (Chi, Ki), gestore di conflitti ( uno o più avversari, l’oppressione della forza di gravità, una distorta immagine di sè, ecc.) rinasce adulto consapevole ed autodiretto.
In quest’ottica formativa, il mio ruolo, come scritto più volte, è quello del Sensei ( “nato prima”), del facilitatore, della levatrice che permette / aiuta il praticante a generare un sé ri—conosciuto, un sé guerriero ( che sa stare nei conflitti). Un po’ un traghettatore, uno sciamano, il quale attraverso la tempesta accompagno il praticante ed anche io, di tempesta in tempesta, mi trasformo e cresco.
Questo modo di “formare” contempla a sua volta, al suo interno, diverse espressioni di micro conflitti:
Al contrario dell'insegnare / educare, in cui il rapporto con l’altro si regge su dipendenza e simbiosi ( “jurare in verba magistri”), forme evidenti di patologia, di malattia, questo modo di “comunicare” comprende, richiede, l’accettazione per me, per chi guida il gruppo, del sapere e dell’esperienza, comunque formatesi, dell’altro. Ovvero guidare gruppi con proposte aperte, fondate sulla ricerca e condurre lezioni induttive centrate sulle domande,si offre all’esperienza del conflitto che la diversità comporta proprio nel partecipare comune alla ricerca, all’evolversi: “Volevo dirvi una cosa: è interessante, più che la risposta, il modo di cercarla. Ed è per questo che io non vorrei darvi la mia risposta, ma cercarla con voi” (S. Ceccato & P.L. Amietta “La linea e la striscia. Il testamento pedagogico del Maestro inverosimile”).
Al contrario dell’imparare inteso come riempirsi di nozioni accettate come vere, certe, codificate, del praticante inteso come ricevitore il cui unico compito è assimilare perfettamente quanto in lui introdotto, l’entrare in formazione comporta per il praticante
- “elaborare continuamente il lutto conseguente all’abbandono di ciò che sappiamo e del nostro modo di saperlo” ( F. Lertora in FOR Luglio—Settembre 2008),
- costruire personali significati assumendosene la responsabilità,
- poiché cosa e quanto percepiamo dipende in larga misura dalle nostre esperienze precedenti, ciò signifi ca essere costretti, per progredire, a fare i conti con tutto di sé: scelte, valori, relazioni in atto, ecc.
Già, e non solo per il praticante che anche chi guida il gruppo impara ( elabora lutti) a sua volta !!
Dunque un gioco di scambio, dove la maggiore esperienza di “colui che è nato prima” (il Sensei) è offerta senza pretese di verità e certezze, è indicazione di possibili rischi e possibili opportunità lungo il cammino ed il tempo del cacciare che il Sensei ha già cacciato più volte: è “nato prima” !! Ma a cacciare sei tu, non io né lo “stile” imparato. Per questo una didattica, un’andragogia non impositiva, fatta di domande, radicalmente maieutica.
Dunque un gioco di emozioni, di istintualità, di messa a nudo dalla propria Ombra, delle proprie resistenze al cambiamento. Un gioco per individui coraggiosi, duttili, entusiasti, che scelgono e “pagano il prezzo” in prima persona.
Ripenso ai miei due giorni passati a Roma, ad uno stage di Expression Primitive, condotto dal suo fondatore, Herns Duplan. E mi tocca cercare, formarmi al di fuori del circuito Arti Marziali che lì io di “Sensei” ne conosco pochi, pochissimi, a fronte della pletora di Maestri e distributori di rachitiche certezze uguali per tutti. Ripenso … “In questo tesoro accumulato da millenni ciascuno si riconoscerà nel gruppo e sarà riconosciuto da esso: ciò permetterà a lui di godere in quanto individuo, di far valere il proprio posto, la propria identità in un assolo, omaggio a tutto ciò che gli ha permesso di essere e di accompagnarsi alla soglia dei propri limiti lasciandosi andare nelle braccia dei miti, che fondano la nostra esistenza” (H. Duplan) così leggo sul pieghevole che annuncia un prossimo appuntamento, tenuto da Simona, organizzatrice a Roma dello stage di Duplan, e da una sua collega ligure, ambedue da anni seguaci di Duplan. Ripenso e mi emoziono.