Wing Chun... il Chi Sao
A qualcuno è mai capitato di sentire la frase “se vis pacem, para bellum” ( se vuoi la pace, prepara la guerra) ?
Ogni volta che la sento, penso al Chi Sao (mani appiccicose)
Premetto la mia adesione all'Eraclito del “Bisogna sapere che la guerra è presente in tutte le cose, che la giustizia è conflitto e che tutto accade necessariamente come frutto di una lotta” e al motto“Morire è facile, vivere è difficile” di J. Korczaki, autore dell'intenso “ Il diritto del bambino al rispetto” ( libro che mi permetto di consigliare a tutti i padri e le mamme che mi leggono), assassinato, con tutti i bambini da lui accuditi, per mano dei nazisti.
Io credo sia evidente che il percorso di superamento spontaneo di avversità e conflitti sia quello in grado di farci crescere come individui sani, equilibrati, ri-conoscenti anche verso le proprie zone d´Ombra, verso i mille piccoli e grandi mostruosi demoni che dimorano in noi.
La pratica del conflitto non è certo cosa immediatamente comprensibile: a prima vista pare solo un cozzare violento tra chi prevarichi l´altro.
Per questo il Chi sao (almeno come io l'intendo) ( ma anche tutte le pratiche in coppia, antiche e moderne, che ne assumono più o meno le stesse caratteristiche, penso al Randori d'Entrade creato dal M° Hiroo Mochizuki dello Yoseikan Budo) richiede uno sviluppo educativo delle competenze creative ed inventive, dell'ascolto di sè e dell'altro, dell'azione come prevenzione ed anticipazione di ciò che sta per accadere; fino alla capacità, come in una danza, di guidare la coppia in movimenti condivisi secondo un ritmo comune che, con un gioco di illusione, starà a me rovesciare nell'esatto opposto.(L'ho già fatto, lo rifaccio: “The Prestige”, guardatelo. È un grande film sulle Arti Marziali !!)
Ecco il conflitto inteso come area di “formazione” ben distante dalla violenza, anzi, ad essa opposto nel momento in cui, nel Chi Sao, confluiscano le nostre reciproche ( mie e dell'altro) risorse e scarsità., dove il mio pugno sul naso altrui sia una domanda alla sua capacità di difesa, dove il fare di uno sia una critica costruttiva al fare dell'altro. Che la pace, anche in senso lato, anche in termini di pace tra popoli e pace tra stati, è ben più ardua da ottenere e mantenere della guerra stessa, e che “la stessa pace non si possa porre in termini pacificatori” ( citazione attribuita a G. Pagliarani da Dario Arkel, in “L'estetica del conflitto” , FOR n° 74 a. 2008) quanto come continua mediazione tra micro e macro conflitti.
In questo senso, il Chi Sao che per me è contemporaneamente:
ascolto consapevole di ciò che io faccio, ascolto consapevole di ciò che l'altro fa e tentativo di intuire ciò che l'altro ha capito di me,
opera sul terreno del diritto all'ascolto e di espressione, che sono fondamentali per la crescita del singolo e del suo stare con gli altri, per la convivenza pacifica ( e non pacifista) tra gli uomini.
Per questo, le braccia meccanicamente tese di chi con ciò intenda rifiutare il rapporto, imponendo un confine rigido ed “impermeabile” le braccia molli e seminerti di chi si lascia invadere passivamente; la postura iperlordotica, come il fiato spezzato o l'ansia di prestazione / prevaricazione., altro non sono che resistenze al rapporto, resistenze ad un equilibrato stare nelle relazioni e, come tali, vanno utilizzate in uno scambio generoso al fine di aprire a costoro la strada (Neijia Kung Fu) verso il proprio sè, verso il ri-conoscersi per quello che si è “dentro”. Il conflitto come levatrice di un individuo rinnovato, perchè “Non ci si afferma che opponendosi” (Henri Wallon).
Il che comporta, praticando Chi Sao l' abbandono della ragione, quella ragione che ha dimenticato l'immagine preverbale, che nega la potenza creatrice dell'istintuale, per abbracciare invece il campo dell'istinto, delle emozioni, dell'incertezza come dimensione della ricerca.
Un fare che è immaginazione, pensiero fantasmagorico politeista, alternativo alla logica aristotelica del “sì o no”, quanto al pensiero cristiano del “bene o male, inferno o paradiso”.
Un fare Chi Sao la cui bellezza, la cui estetica, richiama il mito di Afrodite, ovvero la natura dell'anima sempre marziale, combattiva. Come a dire che più dell'etica sarà l'estetica a moderare, a governare il conflitto.
E la violenza ? Certamente c'è posto, legittimo, anche per la violenza.
Considerata non come un mostro da abolire nè come una buia cantina da illuminare, ripulire e trasformare nel “salotto buono”. Ma come un elemento da ri-conoscere, a cui attribuire un peso nel nostro agire, che ogni conflitto è anche violenza, energia violenta.
Perchè la violenza, “tratto costitutivo della natura umana” ( Dizionario di Psicologia a cura di U. Galimberti) è figura della pulsione di morte, indissolubilmente legata alla pulsione di vita. Dunque componente essenziale del nostro stare al mondo e nelle relazioni, componente essenziale di ogni pratica marziale.
Personalmente, alla violenza trovo uno spazio più consono nel combattimento libero e nella pratica della spada, acciaio affilato ed affamato. Ma questo è un altro discorso.